19 Febbraio 2020
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VINI IN ANFORA: COSA NE PENSANO GLI APPASSIONATI?
Nel panorama del vino italiano Andrea Gori gode di una posizione di osservatore privilegiato. I più lo conoscono per essere un apprezzato giornalista e collaboratore di guide e testate di settore. Altri lo seguono nei sui interventi sul sito Intravino, probabilmente uno dei pochi (se non addirittura l’unico) caso di successo editoriale in Italia. Altri ancora hanno avuto modo di seguire una delle sue lezioni in occasione di un corso sommelier. Altri, infine, lo conoscono più semplicemente come “oste”, in qualità di titolare del ristorante di famiglia a Firenze. Insomma, quando si parla di vino e si vuole avere una visione a 360 gradi, Andrea è l’interlocutore giusto.

Se fino a pochi anni fa il vino in anfora era una chicca riservata solo a un pubblico di super appassionati e addetti ai lavori, oggi è una realtà che comincia a interessare a un pubblico più ampio. Una tendenza a crescere che non sembra ancora aver raggiunto il suo punto più alto. Un numero sempre maggiore di appassionati che hanno consapevolezza di ciò che bevono e che ricercano prodotti più “naturali”. Anche se, di questo termine, nel mondo del vino, si è davvero abusato al punto che oggi può risultare un po’ difficile capire esattamente che cosa si intende con Naturale.

Se negli ultimi vent’anni l’uso in cantina di legno e barrique sono stati il minimo comune denominatore di tutti i grandi vini, oggi le cose sono davvero cambiate. Oggi si sta verificando un fenomeno quasi contrario. I produttori che usano barrique tendono a non metterlo in evidenza (scegliendo spesso tostature più leggere o utilizzando i contenitori in legno già molto usati e dunque meno invadenti) e i consumatori, spesso, chiedono espressamente vini che non abbiano subìto alcun passaggio in legno o barrique.

I vini importanti, di grande struttura, con note evidenti di legno erano un tempo sinonimo di grandi vini. In tutti i vini di un certo livello era normale ritrovare le stesse riconoscibili note di vaniglia o di tostatura, segni inequivocabili di un prolungato passaggio in legno. E in un certo senso quel tipo di prodotto ha reso più facile la vita di chi aveva il compito di comunicare. Erano infatti elementi facili da interpretare e che davano immediatamente la misura dell’importanza di un vino. Più c’era colore, maggiore era il corpo e più nette erano le note di legno (almeno in alcuni anni), più facilmente ci si trovava al cospetto di un vino importante.

Oggi il paradigma è decisamente cambiato. Il consumatore più attento, infatti, dimostra di apprezzare anche i vini prodotti con tecniche diverse, come la terracotta appunto, perché ne sottolineano la naturalezza e in qualche modo accorciano le distanze con il territorio. Eliminando tutte le sovrastrutture degustative prodotte dall’uso intenso di legno e barrique, infatti, si dà più risalto alle note territoriali del vino che si ha nel bicchiere.

È dunque in corso una piccola rivoluzione. Se da una parte l’uso di legno e barrique ha permesso in questi anni di elevare il vino quotidiano a un livello superiore, dall’altra parte il piedistallo su cui sono state appoggiate queste grandi etichette ha avuto l’effetto di creare troppa distanza con i consumatori. Al punto da rendere difficile anche la scelta di un vino sulla carta di un ristorante, per la paura di “sbagliare” (come se si possa effettivamente “sbagliare” la scelta di un vino).

Nella situazione attuale non esistono più regole così ferree per individuare un grande vino e in qualche modo il consumatore ha più libertà di scegliere e meno vincoli imposti a priori.
Ora la sfida è doppia. Da una parte ci sono i produttori di vino che devono fare uno sforzo in più per creare vini davvero nuovi. Vini che non siano semplicemente riconducibili alla tecnica con cui sono realizzati (in legno, terracotta o acciaio). Dall’altra parte i consumatori che devono riappropriarsi del proprio gusto. Devono cioè cominciare a fidarsi maggiormente del proprio palato, indipendentemente da quanto suggerito su riviste, guide e Internet da critici e da sommelier.
Quello che è certo, però, è che il cambiamento è ormai iniziato!

Estratto dal libro di Emanuele Vescovo "Dalla terra (cotta) al vino".

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